Taxi Driver

a cura della prof.ssa Angiolina Di Capua

Pochi film sono scolpiti nella memoria collettiva come il monumentale “Taxi Driver”. Presentato all’Istituto Masotto, nel corso della rassegna cinematografica “Specchi di Perseo”, dal professore Denis Lotti dell’Università di Padova, il capolavoro di Martin Scorsese è diventato nel tempo un cult venerato non solo dagli addetti ai lavori. Uscito nelle sale americane nel 1976, l’opera conserva oggi intatto il suo potere di suggestione per la forza delle sue immagini, la complessità dei temi trattati e la performance magistrale di Robert De Niro. Impossibile, infatti, dimenticare l’epico monologo che il personaggio di Travis Bickle da lui interpretato tiene davanti allo specchio mentre fa pratica con la pistola. È proprio questa celebre scena a motivare, secondo il docente dell’ateneo padovano, la scelta della pellicola nell’ambito della rassegna cinematografica dedicata quest’anno al tema dell’Alterità.  Il dialogo che Travis ha con la sua immagine riflessa rappresenta una sorta di duello con sé stesso e con l’Altro che poi diventa per estensione l’intero mondo. Uno specchio che diventa il riflesso non solo del personaggio, ma di un’idea di umanità e identità, in quanto, sottolinea il prof. Lotti, il soggettista e sceneggiatore del film, Paul Schrader, esponente con Scorsese della New Hollywood, si pone proprio il problema dell’identità e, quindi, di fatto dell’alterità.

Ambientato nella New York degli anni ’70, il film presenta anche l’aspetto cruciale della metropoli tentacolare nel bene e nel male con tutto ciò che il protagonista riesce a incarnare fino al ribaltamento finale in cui l’assassino, pervaso dalla follia, diventa quasi un eroe per i media e per la città che finalmente si accorge di lui.

Lucido e intenso ritratto della decadenza americana post-Vietnam, l’opera rappresenta anche uno squarcio sull’ipocrisia della società statunitense con riferimenti sottili alle operazioni militari nel conflitto nel sud-est asiatico. Una pagina di storia contemporanea che giace sullo sfondo, ma su cui oggi gli studenti devono soffermarsi con attenzione per carpire la gravità del suo lascito fatto di disturbi fisici e psicologici post-traumatici vissuti dai reduci e ben sintetizzati dalla discesa compiuta da Travis in una spirale fatta di solitudine, depressione e follia omicida.

Rintracciabile, sottolinea il prof. Lotti, anche un legame tra il monologo di De Niro allo specchio e una delle caratteristiche principali della società attuale, così focalizzata sulla diffusione dell’immagine in rete attraverso gli smartphone o tramite video e selfie postati sui social. In questa sorta di rispecchiamento si potrebbe rilevare, infatti, la stessa necessità di instaurare un dialogo verso il mondo con un semplice click, un modo di parlare con sé per parlare degli altri. L’immagine riflessa è un’immagine in cui dobbiamo riconoscerci anche se non vogliamo, tanto più che per gran parte del film lo spettatore è portato a comprendere tutte le emozioni e motivazioni di un “giustiziere” mosso dall’odio, dall’ira e dall’irrazionalità.

Perché, come dimostra l’epilogo della storia, l’apparenza inganna e dietro a un racconto demistificante della realtà può sempre celarsi tutt’altro.